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Foxcatcher recensione, una buona dose di inquietudine Foxcatcher recensione, una buona dose di inquietudine
4.5
Mark Schultz ha vinto un titolo olimpico come lottatore professionista, ma ciò non lo salva dalla povertà di uno sport che è tutto fuorchè... Foxcatcher recensione, una buona dose di inquietudine

Mark Schultz ha vinto un titolo olimpico come lottatore professionista, ma ciò non lo salva dalla povertà di uno sport che è tutto fuorchè mainstream. E così il wrestler si deve barcamenare tra una scuola e l’altra raccontando le sue grandi avventure da atleta -così come i suoi successi- ad un pubblico di giovanissimi col solo intento di guadagnare qualche soldo extra necessario al suo sostentamento. La precarietà esistenziale termina quando Mark viene avvicinato da John du Pont, erede della nota famiglia americana, un patriota innamorato dello sport – e in particolare della lotta – che ha costituito nel suo ranch della dimensione di 3km quadrati una palestra dedicata dove gestisce il team Foxcatcher. Du Pont vuole che Mark si alleni lì in Pennysilvania assieme al fratello Dave, suo attuale coach nonchè altrettanto bravo lottatore…

Foxcatcher recensione, una buona dose di inquietudine

Con “Foxcatcher” Bennet Miller – regista dell’opera – firma il suo terzo lungometraggio che è una perfetta somma dei suoi precedenti film. Da una parte c’è il più inquieto “Capote”, suo primo in ordine temporale, in cui un certo Philip Seymour Hoffman dà una delle sue più complesse e profonde interpretazioni. Dall’altra si trova il quieto (si fa per dire) “L’arte di vincere”, con Brad Pitt e Jonah Hill. “Foxcatcher” assimila da quest’ultimo il tema sportivo abbandonandone però la struttura narrativa e le atmosfere che invece vengono mutuate nello stesso modo claustrofobico e ansiogeno da “Capote”. La storia ha un incedere lento che in ogni secondo trasuda drammaticità ed inquietudine. Fin dalla sequenza iniziale viene mostrato di che pasta sarà fatto il film: via il mobilio, via il sogno americano (il cui dna è rintracciabile in minima parte ne “L’arte di vincere”), quello che si intravede è la vita difficile che attraversa qualsiasi atleta non coinvolto in un major sport. Il tutto si concretizza nel silenzio di un atleta di spalle che mangia da una scatola sopra un tavolo spoglio tra le mura fredde della sua casa. Una fotografia già di per sé triste che viene rafforzata nel suo malessere dalla timidezza con cui Mark Schultz si approccia in maniera remissiva alla vita. Channing Tatum è sorprendente nell’uscire dal suo stereotipo di uomo-ormone e nel donare al personaggio di Mark Schultz quella fragilità necessaria per rendere l’insieme credibile. Channig non è però da solo, viene coadiuvato da Mark Ruffalo (in foto qui sotto con il miglior sguardo dell’intero film) nei panni del fratello Dave Schultz, il cui ruolo di spalla è anch’esso ben calibrato, ed è infatti sulle transizioni e sulla perfetta armonia delle parti, sulla sincronia totale tra il pensiero del personaggio e il pensiero dello spettatore, che si perfeziona “Foxcatcher”.

E poi c’è lui, John Du Pont, interpretato da Steve Carrel. Il lavoro che Carrel ha svolto sul suo personaggio è qualcosa di fantastico, la fonte del disagio sopracitato ha il suo epicentro nel ricco ereditiero, cosa che complica di non poco la resa di una performance che deve (e riesce) a rimanere su un filo ultrasottile (ed invisibile) tra sconforto e inquietudine.

Foxcatcher recensione, una buona dose di inquietudineNon va dimenticato che “Foxcatcher” ha la pretesa di basarsi su una storia vera (più o meno attendibile quanto “La teoria del tutto”), come altre pellicole prima di lui sfrutta questo tasto per incastrare tra loro dei pezzi che in realtà non lo sarebbero al solo fine di aumentare l’empatia con lo spettatore. La differenza con la massa di film che sbandierano l’attinenza con fatti realmente accaduti è proprio l’onestà con cui si mostra il dramma di un uomo, Du Pont, che nonostante possa comprare qualsiasi cosa è cresciuto in un mondo di apparenza e snobismo tale che sente dentro di sé la necessità di affermarsi costantemente verso l’esterno, di sedersi nell’angolo del coach durante un incontro di lotta anche se egli non è in grado di consigliare tatticamente un wrestler. Du Pont non appare mai come il nemico poiché “Foxcatcher” ben si guarda dal puntare il dito tantomento di fornire alibi. I silenzi così come i primi piani sui volti, servono proprio a interpretare cosa stia accadendo, senza mai percepire di essere forzati a farlo anche se in realtà Miller riesce ad attivare quelle intuizioni che gli permettono di farci arrivare dove avrebbe voluto. Ciò mostra una viewers-understanding veramente elevata che è parte del merito della riuscita della pellicola stessa.

Unica nota negativa di “Foxcatcher” e la volontà di ricreare fedelmente l’aspetto dei personaggi, donando a Carrel lo stesso nasone di Du Pont e a Ruffalo la calvizie di Schultz. I due attori sono talmente tanto affermati che il loro camuffaggio finisce per rendere più artificiali i loro personaggi, più di quanto lo sarebbero stati senza il dovuto trucco.

Detto questo, “Foxcatcher” è uno dei migliori film dell’anno, è candidato anche a questi oscar 2015 ed ha già vinto il riconoscimento per la miglior regia al festival di Cannes. Data la sua profonda matrice drammatica priva di realizzazione personale dubito che potrà portare qualche statuetta a casa.

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Dennis Trotta Capo supremo della galassia cinematografica

Nacqui, e ora vivo tra un tiro a canestro e un film di Spyke Lee, poi la mia palla tirata un po' più su finì proprio sulla testa di quei tipi laggiù. Il più grosso si arrabbiò fece una trottola di me e la mamma preoccupata disse "vattene su cinetainmèn' ".

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