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Whiplash recensione, un piccolo grande film Whiplash recensione, un piccolo grande film
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Andrew Leiman ha 19 anni e sa bene cosa vuol fare della sua vita. A differenza degli adolescenti tipo fissati con il football americano,... Whiplash recensione, un piccolo grande film

Andrew Leiman ha 19 anni e sa bene cosa vuol fare della sua vita. A differenza degli adolescenti tipo fissati con il football americano, Andrew vuole semplicemente diventare un grande batterista jazz. Leiman sa bene quanto sia difficile entrare a far parte dell’élite della musica, a cominciare dal suo stesso conservatorio di musica – lo Sheffer di New York- dove insegna Terence Fletcher, un rigido professore che non conosce il significato dell’espressione “ben fatto”, famoso per spremere a fondo i suoi musicisti. Se Andrew vorrà tramutare il suo sogno in realtà, dovrà per forza fare i conti con Fletcher.

Spuntando la lista delle nomination agli Oscar 2015 salta agli occhi un nome strano: “Whiplash”. Troppe consonanti, troppo vicine. Quello che si configura come un’iniziale sfida lessicale è in realtà un brano musicale di genere jazz – prim’anzi che un film – composto dal sassofonista Hank Levy. Damien Chazelle, regista dell’opera, è stato in passato un musicista. Il suo percorso artistico lo ha segnato a tal punto da condizionare pesantemente le sue opere future, pure in campo cinematografico. Nelle vesti di sceneggiatore ha scritto “L’ultimo esorcismo” ma soprattutto “Il ricatto” che parla di un pianista ricattato. Diverso è il discorso per quanto riguarda la regia: qui le opere sono solamente due, la prima si chiama “Guy and Madeline on a park bench”, un film discreto che parla di un jazzista che conosce una ragazza. La seconda è proprio “Whiplash”. Originariamente Chazelle ha provato a sondare la fattibilità dell’opera con la creazione di un cortometraggio dallo stesso titolo, che concentrava quanto visto nella versione estesa e che manteneva J.K. Simmons nel ruolo di sergente di ferro.

whiplash recensione un piccolo grande film foto 1

«A diciannove anni, l’età di Andrew, ero ancora un batterista, anche se muovevo i primi passi nella regia. La storia del film si concentra su un periodo che per me fu in realtà appena precedente, gli anni delle superiori, i più intensi per me come musicista. Suonavo in questa big band con un insegnante di primo livello, e la competizione era altissima. Oggi ho più che altro ritirato le bacchette, ma il film è stato un tentativo di tornare a quella fase della mia vita con un po’ di oggettività».

Durante la visione, quando ancora non si sono svolte tutte le ricerche del caso e si è in piena sospensione della realtà, si rimane affascinati dall’incedere deciso e mozzafiato di “Whiplash”. La pellicola di Chazelle è l‘outsider per eccellenza in questa corsa agli Oscar, e nonostante abbia un totale di 5 nomination – tra cui quella a miglior film – sarà difficilissimo per lui riuscire a portare a casa un titolo per via del suo allontanamento dai canoni classici che riscontrano il favore dell’Academy. “Whiplash”, infatti, è profondamente drammatico nel suo profondo realismo, riesce a pitturare piuttosto fedelmente la realtà delle cose senza romanzare eccessivamente nemmeno la deriva drama, e nel far ciò tutta l’esperienza di Chazelle e delle sue sfortunate avventure liceali come batterista tornano utili nel descrivere gli stati d’animo che attraversano la mente del diciannovenne Neiman, alle prese con qualcosa di più grande di lui: la voglia di arrivare, di farcela come musicista. Ben presto l’attenzione viene spostata dal sogno di Andrew all’ossessione di Andrew. Mano a mano che si procede la sua vita si fa sempre più solitaria ed egli alienato. In questo modo “Whiplash” spinge una forte critica trasversale verso la cultura dell’estremo sacrificio, sostenere che sia solo una critica al mondo della musica sarebbe miope. L’intero universo sportivo brulica di esempi negativi in cui “padri padroni” sfiancano i propri atleti con la scusa del perseguimento dell’obiettivo finale. Accade spesso, nella vita reale e ritratto nei film, basta considerare che questa dinamica la conosciamo tutti fin da quando eravam bambini e guardavamo i cartoni, in “Mila e Shiro” il rapporto tra Mila e il coach Daimon è una delle tante fotografie di questi tipi di rapporti gerarchici unidirezionali.
Per il suddetto motivo “Whiplash” non è un grande film sul jazz, è un grande film e basta. Il jazz è un elemento di contorno che conferisce ancora maggior valore all’opera per il coraggio di portare sul grande schermo un film già di per sé elitario, con un genere musicale che lo è ancora di più. La pellicola si concentra infatti sul dramma di Andrew, sulla sua difficoltà di vita, e su tutta la fatica e impegno che pone nel suonare le batteria il più velocemente possibile.

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L’interpretazione di Miles Teller è unica, così come quella di Simmons. Teller si trova a suo agio nell’interpretare “disaddattati”, basta vedere il personaggio ricoperto in “The spectacular now” o quello in “Un compleanno da leoni”. La vera rivelazione tuttavia è Simmons, questa sorta di sergente Hartman del 2015. Il curriculum di Simmons parla chiaro, è presente in oltre 100 titoli, ma per di più serie tv ed in ruoli secondari. La sua stupenda interpretazione gli è valsa la nomination in questi oscar, e nonostante i suoi compagni di categoria siano altrettanto validi, lo meriterebbe lui.

Whiplash fa gran bene e lo fa in modo onesto. Limita al minimo la musica, ad essere sincero l’unica musica che si sente è quella generata dagli stessi musicisti, si sentirà in ripetizione – e quasi claustrofobicamente – il brano dal titolo “Caravan” accompagnato dallo stesso “Whiplash”, le due canzoni predilette dall’inflessibile Fletcher. Quest’assenza di musica “di artificiale inserimento”, coniugato alla storia non patinata e alla scelta di attori non mainstream è quello che rende quasi perfetto l’intero film e riesce lì dove hanno fallito pellicole di registi più blasonati quale ad esempio “Due giorni, una notte” dei fratelli Dardenne, che condivide questa non presenza della colonna sonora, ma finisce col pesare sugli spettatori rendendo il film difficile nello scorrimento.

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Whiplash recensione, un piccolo grande film, il trailer

Whiplash recensione, un piccolo grande film, dati tecnici

  • FOTOGRAFIA: Sharone Meir
  • MONTAGGIO: Tom Cross
  • MUSICHE: Justin Hurwitz
  • PRODUZIONE: Blumhouse Productions, Bold Films, Exile Entertainment
  • DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Italia
  • PAESE: USA
  • DURATA: 105 Min

 

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Dennis Trotta Capo supremo della galassia cinematografica

Nacqui, e ora vivo tra un tiro a canestro e un film di Spyke Lee, poi la mia palla tirata un po' più su finì proprio sulla testa di quei tipi laggiù. Il più grosso si arrabbiò fece una trottola di me e la mamma preoccupata disse "vattene su cinetainmèn' ".

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